“Puntasacra”: il racconto straordinario di una comunità

Il documentario di Francesca Mazzoleni dà voce, con straordinaria sensibilità, alla periferia romana

Un film di Francesca Mazzoleni. Con Franca Vannini, Silvia Fontana, Giulia Fontana,  Stefania Fontana, Francesca Bianchi. Documentario, 96′. Italia 2020

 

Ho visto qualche giorno fa “Puntasacra”, il documentario di Francesca Mazzoleni, in concorso al Festival Visions du Réel, e sono rimasta senza parole davanti alla straordinaria sensibilità del girato, che raccoglie sguardi di donne e scandaglia i loro volti, dando voce alle loro idee e ai loro sogni.

Siamo a Ostia Lido, all’Idroscalo per l’esattezza, una zona alla foce del Tevere, alle soglie della Capitale, in bilico sul mare. Nel 2010, per un’ordinanza dell’allora sindaco Gianni Alemanno, furono sgomberate le case costruite dagli occupanti nel corso degli anni Sessanta per far posto al Porto turistico. Da allora la comunità locale, poco più di 500 famiglie, lotta per affermare la propria identità.

La regista Francesca Mazzoleni insieme al cast del suo documentario.

Laddove il tutto ha le sembianza del niente, la Mazzoleni, che non sembra aver perso quel suo modo di guardare ai giovani colmo di una sorta di rispettosa devozione (di cui “Succede”, il suo precedente film, è l’esempio lampante), costruisce una composizione di volti e voci, di urla di madri arrabbiate e impotenti, incapaci di trasmettere la voglia di fuggire via alle proprie figlie. Perché per loro, le figlie, evadere vuol dire semplicemente sedersi ai tavoli di plastica di un bar a qualche fermata di autobus da Punta Sacra.

Il nome del luogo dice già tanto della sua essenza: “Punta” perché dopotutto è di un lembo di terra che parliamo; “Sacra” perché sacro è ogni suolo su cui si muovono passi, su cui la pioggia diventa fango. Sacra come la fede che sembra avvolgere tutto come un velo sottile, come la libertà che è donna, che è guerriera, come Franca, Silvia, Giulia, Stefania.

Il documentario è il racconto di una periferia dimenticata, e di chi continua a chiamarla casa, nonostante tutto. E l’ultima lenta carrellata, che parte dalla spiaggia per sfociare poi nel mare aperto, parla di libertà, di sogni che come onde sugli scogli si infrangono ma non scompaiono mai del tutto.

 

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