“All this victory”: una lunga notte di terrore, nel Libano del 2006

Ahmad Ghossein dirige un film ad andamento lento, con pochi dialoghi e scarsa colonna sonora

Un film di Ahmad Ghossein. Con Elie Choufani, Boutros Rouhana, Flavia Bechara, Adel Chahine, Issam Bou Khaled. Titolo originale: Jeedar El Sot. Drammatico, 93’. Libano, Francia, Qatar 2019

Libano, luglio 2006. La guerra infuria tra Hezbollah e Israele. Durante un cessate il fuoco di 24 ore, Marwan si reca in cerca del padre che rifiuta di lasciare il suo villaggio nel sud del paese. Appena la tregua si interrompe, Marwan si ritrova sotto una pioggia di bombe e si rifugia in una casa con un gruppo di anziani. All’improvviso un gruppo di soldati israeliani irrompe nella casa. Intrappolati dalle mura ma anche dalle proprie paure, i tre giorni successivi saranno un susseguirsi di eventi fuori controllo.

 

Una casa diroccata in mezzo al nulla è il rifugio fortunato di Marwan che, deciso a trovare il padre, si imbatte in un gruppo di anziani, anche loro alla ricerca di un riparo dai bombardamenti. Una finestrella si apre sul mondo in fiamme e sembra garantire uno spiraglio di libertà.

Ahmad Ghossein nel suo “All this victory” (Jeedar El Sot), presentato in concorso alla Settimana della critica 2019, racconta un frammento di vita in Libano, nel 2006, quando la guerra tra Hezbollah e Israele imperversava senza sosta. Il racconto è affidato allo sguardo di una donna incinta, di tre anziani e un giovane uomo.

Si ha quasi la sensazione che passato, presente e futuro si siedano insieme allo stesso tavolo, inermi di fronte alle avversità del mondo in cui vivono e sfiduciati di poter trovare ancora qualcosa sotto le macerie che li circondano.

Caratterizzato da un andamento lento con pochi dialoghi e quasi privo di colonna sonora, il film è costruito tutto intorno alle inquadrature che, nonostante la semplicità, creano un senso di ansia crescente.

Questo però non basta a coinvolgere a pieno lo spettatore, che per quanto si senta mentalmente vicino alla storia e ai suoi protagonisti resta sempre un passo indietro. Il loro dolore può essere osservato con riverenza, ma mai davvero compreso.

 

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