“Il giorno sbagliato”: Russell Crowe in un thriller violento e senza censure

Un'estenuante attesa in coda dà il là a un'escalation di violenza, che sfocia nell'horror quotidiano

Un film di Derrick Borte. Con Russell Crowe, Caren Pistorius, Gabriel Bateman, Jimmi Simpson,
Michael Papajohn. Thriller, 90′. USA 2020

New Orleans. Rachel Hunter è una madre single che sta affrontando gli strascichi di un divorzio sofferto. Deve accompagnare il figlio a scuola, ma si ritrova imbottigliata nel traffico dell’ora di punta; stressata e in ritardo suona il clacson a un pick-up che non riparte con il semaforo verde. L’uomo al volante è Tom Cooper, una persona mentalmente instabile che ha appena massacrato l’ex moglie e il suo nuovo compagno. Dopo essersi rifiutata di chiedergli scusa, per Rachel comincerà l’incubo…

 

Thriller psicologico dal ritmo serrato, che esplora il fragile equilibrio di una società sempre al limite e l’escalation della rabbia al volante in mezzo al traffico, “Il giorno sbagliato” ci mostra una situazione che tutti noi “cittadini” conosciamo molto bene.

Cosa può scattare nella mente di una persona già disturbata, dopo un’estenuante attesa in coda? La sceneggiatura di Carl Ellsworth parte da questo spunto, per raccontare una storia di violenza estrema, e chiaramente insensata. Abbiamo avuto tutti brutte giornate, ma non per questo abbiamo deciso di far fuori chi si è messo sulla nostra strada.

Russell Crowe domina il film, anche fisicamente. Il suo personaggio insegue Rachel (Pistorius), sperona la sua auto, fa di tutto per distruggerla fisicamente, mentalmente ed emotivamente. Tom Cooper è brutale fino in fondo, la sua sete di vendetta inarrestabile.

“Il giorno sbagliato” si inserisce nel filone dei cosiddetti “thriller stradali” (“Duel” di Steven Spielberg, datato 1971, ha fatto scuola con il suo camion e il suo anonimo commesso viaggiatore) e nei suoi 90′ di durata dà sfogo a una violenza totale, mai accennata o suggerita ma sempre mostrata, in un crescendo da horror quotidiano.

Quella di Cooper non è una protesta politica o sociale, ma lo sfogo di una frustrazione personale. Come a suggerire che solo rifacendoci sugli altri – non necessariamente sui diretti responsabili ma su chi capita – possiamo in qualche modo risanare le ferite che ci sono state inferte.

 

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