Incontro con Eshkol Nevo: il romanzo “Tre piani”, Israele, l’amore per l’Italia

Lo scrittore israeliano incontra gli studenti, amanti di letteratura, all’Università Cattolica di Milano

di Giulia Berti

 

La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, nei corrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.

Così scrive, nel primo capitolo delle “Città invisibili”, Italo Calvino. Così scrive uno degli autori di cui il nostro popolo di santi, navigatori e poeti va più fiero, lo stesso per cui Eshkol Nevo nutre forte stima. Così scrive, nel tentativo di regalare al lettore una fotografia coinvolgente di una città immaginaria, Zaira, dalla bellezza sottile, discreta, che non grida per raccontare la propria storia ma sussurra.

Allo stesso modo sussurra Milano all’orecchio dell’autore israeliano Eshkol Nevo, in un pomeriggio mite di metà novembre. La stanchezza non sembra pesargli.

“Sono atterrato un’ora fa da Bucarest, dove non ho visto il sole per quattro giorni – racconta. – È bellissimo essere di nuovo in Italia, amo questo paese e amo voi italiani, avete una sensibilità e un senso drammatico acuti, ed è sempre molto interessante sapere cosa ne pensate dei miei libri”.

Attraversando i due eleganti chiostri in stile ionico e dorico dell’Università Cattolica, l’autore di “La simmetria dei desideri”, “Nostalgia” e “Soli e perduti” trascina la sua valigia a quattro ruote sorridendo.

Sorride spesso, Nevo, quasi a voler rassicurare il suo interlocutore, a voler impostare un flusso comunicativo libero, snello, efficace. Efficace come lo stile di scrittura che lo contraddistingue, e che è segno distintivo anche del suo ultimo, splendido romanzo edito da Neri Pozza, Tre piani. Un’opera introspettiva, dalla strutturata ben delineata eppure estremamente naturale nella sua costruzione, “che si è fatta quasi da sola” dice Nevo, in piedi di fronte agli studenti.

“È stato come se improvvisamente un personaggio, Arnon, quello del primo piano, si fosse presentato a me un giorno, chiedendomi di fargli da confessore, come se potessi percepirne la presenza fisica. È allora che ho sentito l’esigenza di scrivere di lui, poi di Hani, e infine di Dvora. Quei personaggi avevano urgenza di essere fatti vivere, parlare”.

L’intera aula magna di largo Gemelli lo ascolta in silenzio, come se il tempo, mentre il racconto procede fluido, fosse sospeso. Un’atmosfera rilassata aleggia nella stanza, un senso di pienezza s’innervava tra gli studenti, rapiti dalle parole pronunciate dall’autore in un inglese precisissimo, sporcato da un leggero accento israeliano.

“Improvvisamente, dopo che tutti e tre i personaggi si erano palesati e lasciati raccontare e la prima stesura del mio romanzo era terminata, realizzai che avevo creato uno scheletro ben delineato, ma involontariamente. Senza che fosse preventivato avevo articolato il mio romanzo in maniera speculare alla tripartizione delle topiche freudiane: Ego, Es e Super- Io”.

Ed è proprio il dramma che scaturisce dalla necessità di far dialogare queste tre entità distinte della nostra psiche il nucleo generatore delle storie di “Tre piani”, dove, attraverso gli occhi dei personaggi principali, Nevo ci mostra francamente quanto sia complessa e irrisolvibile, talvolta, la vita.

“Il romanzo si snoda attorno al tema del confronto. Tutti i personaggi sono interiormente disturbati da paure, segreti e ricordi, che cercano di gestire, di tenere sotto controllo, come tutti noi facciamo. Nel confronto con l’Altro, però, s’incontrano la forma e la sostanza, e tutte le nostre maschere, i nostri scudi, crollano”.

“È proprio in questo – continua – che prendo le distanze da Freud: nonostante la grandezza del suo pensiero, era un uomo molto solo, e le sue teorie peccano proprio della dimensione interpersonale, non tenendo sufficientemente conto del fatto che, oltre al soggetto, esiste l’individuo in relazione. È di questo che parlo in Tre piani, della necessità assoluta dell’essere umano di vivere in relazione, e dell’estrema difficoltà che deriva da questo bisogno. Tutti e tre i miei protagonisti, infatti, hanno bisogno di confidarsi con qualcuno: chi con un vecchio amico, chi con il marito defunto attraverso una segreteria telefonica”.

Nel romanzo si percepisce costantemente l’urgenza di raccontarsi, di confrontarsi per potersi liberare, per poter rispondere alla nostra voce interiore, e che arriva dai punti più oscuri e reconditi del nostro animo.

Nevo si mostra tranquillo, a suo agio e felice di trovarsi in mezzo a una classe di universitari. Riesce, con estrema naturalezza, a stabilire con loro un contatto visivo e verbale profondo. Intorno a lui si raccolgono questi ragazzi appassionati di letteratura, esattamente come ogni giorno fanno i suoi, di ragazzi, ma a quasi 4.000 km da qui, in Israele, nella sua scuola di scrittura creativa.

In Israele oggi c’è un boom di creatività, tutti vogliono creare” ci rivela con un sorriso compiaciuto. Nevo fa frequenti rimandi al suo Paese, che non è solo quello del lungo conflitto per cui lo ricordano i media occidentali. Dal suo racconto emerge un luogo abitato da persone interessanti, che si possono incontrare per strada, sui mezzi pubblici, nei quartieri residenziali.

“Trovo che nel mio Paese le persone abbiano molto da raccontare: al di là della guerra, delle bombe. Anche lì c’è una dimensione quotidiana. Anche lì le persone si divertono, deludono le aspettative, si innamorano, vivono”.

Per quanto riguarda il rapporto con i media, Nevo confessa di non apprezzare chi si presenta a lui aver letto i suoi libri, o avendoli letti superficialmente, solo per avere una battuta sulla questione palestinese.

“Con voi italiani però non succede, perché avete una sensibilità speciale, e lo percepisco da come le persone parlano dei miei libri con me, dalle domande che mi fanno, dalle domande che mi fate voi oggi. Al lettore italiano non interessa avere una risposta ad ogni costo, contempla la possibilità che a volte, nella narrativa, possa esserci un finale aperto, una storia che non prevede una soluzione, come succede nella vita”.

Ed è proprio parlando di finali aperti e delle infinite possibilità che offrono le storie, che lo scrittore fa riferimento a Calvino, di cui apprezza in modo particolare il libro “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Qui le forze interne al tessuto narrativo si incontrano (e scontrano) con la struttura frammentaria del racconto breve dal finale aperto, e l’autore si interroga sull’importanza della risoluzione della storia.

In maniera simile fa lui in “Tre piani”. Alla scomposizione della linea temporale delle vicende (riportate dalle voci dei narratori tramite l’uso del flashback) e al libero flusso narrativo che le confidenze colgono a singhiozzi (i racconti spesso vengono interrotti dalle estemporanee circostanze della vita quotidiana), si unisce lo svelamento dello status oscuro e drammatico comune a tutta l’esperienza umana.

Ciò che ne risulta è una rivelazione realistica e diretta, proprio come è Eshkol Nevo stesso, tremendamente autentico. “Qual è poi il più grande segreto che possiamo nascondere al mondo? Il segreto della nostra vulnerabilità”.

 

Previous article“C’è tempo”: una fiaba delicata e tenera ma non troppo riuscita
Next article“Il censimento dei radical chic”: la recensione del libro di Giacomo Papi
Un portale d’informazione che si occupa di cultura e spettacolo a 360°, con un occhio di riguardo per il mondo dei libri e dell’editoria, per il cinema, la televisione, l’arte.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here