“Ted Bundy – Fascino criminale”: ritratto di un serial killer spietato

Zac Efron protagonista dell'esordio alla regia di Joe Berlinger, un biopic realistico e dal ritmo serrato

Un film di Joe Berlinger. Con Zac Efron, Lily Collins, Kaya Scodelario, John Malkovich, Jim Parsons,  Jeffrey Donovan. Biopic, 110′. USA 2019

Ted è un ragazzo bello, intelligente, carismatico e affettuoso. Liz una ragazza madre, attenta e innamorata. I due formano una normale coppia felice, a cui in apparenza non manca nulla. Quando Ted viene arrestato e accusato di una serie di efferati omicidi, Liz viene messa a dura prova. Chi è davvero l’uomo con cui ha condiviso fino a quel momento la sua vita? Si tratta di un errore oppure Ted è il serial killer che dipingono i media?

 

Siamo alla fine degli anni ’60 quando Ted e Liza si conoscono. Lui, studente di legge, si innamora di questa ragazza madre e decide di prendersi cura di lei e della figlia Molly. Intanto la polizia indaga sulla misteriosa scomparsa di numerose giovani proprio nelle zone frequentate dalla coppia.

Ted è davvero il serial killer che tutti pensano o è soltanto la vittima di errori giudiziari e prove dubbie? È questa la domanda che lo spettatore tende a farsi per tutta la durata della pellicola di Joe Berlinger, “Ted Bundy – Fascino criminale”. Sempre che non si conosca già la storia, vera, del protagonista, chiaro.

A vestire i panni di uno dei serial killer più spietati e conosciuti della storia degli Stati Uniti, accusato di oltre trenta omicidi, è Zac Efron, che fa il possibile per togliersi di dosso l’etichetta del belloccio che non balla che lo perseguita da sempre. Devo dire che qui ci riesce abbastanza.

Il suo personaggio è posato e determinato, oscuro ma affascinante, capace di instaurare un certo feeling con lo spettatore, così da portarlo a chiedersi se Ted sia vittima o carnefice, assassino o innocente fino al finale rivelatorio.

Grazie anche a una sceneggiatura ben costruita e all’utilizzo di un montaggio serrato, la narrazione risulta scorrevole e piacevole, attanaglia lo spettatore fin dalle prime inquadrature, lasciandolo solo ai titoli di coda. Questi, come in una sorta di documentario aggiuntivo, riassumono la storia appena vista attraverso immagini di repertorio, evidenziando anche quanto realtà e film siano vicini.

Pur non comprendendo alcune scelte registiche, il lavoro di Berlinger è notevole, considerando anche che si tratta del suo esordio. “Ted Bundy – Fascino criminale” decide di omettere il profilo psicologico e il movente del killer per concentrarsi sul suo lato “umano”, accompagnando il pubblico alla scoperta della verità attraverso una graduale rivelazione dei fatti, aumentando in modo esponenzialmente la tensione e garantendo così l’effetto sorpresa.

 

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Nata a Napoli, a otto anni si trasferisce in provincia di Gorizia dove si diletta di teatro. Torna nella sua amata città agli inizi del nuovo millennio e qui si diploma in informatica e comincia a scrivere - pensieri, racconti, per poi arrivare al primo romanzo, "Anime". Nel frattempo ha cambiato di nuovo città e scenario, trasferendosi nelle Marche. Oggi conduce per RadioSelfie.it "Lo chiamavano cinema", un approfondimento settimanale sulla settima arte, e scrive articoli sullo stesso tema.

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