“The painted bird”: lunghezza estenuante e un bianco e nero da urlo

Il terzo lungometraggio di Václav Marhoul ha la potenza espressiva del classico dell'Est Europa

Un film di Václav Marhoul. Con Stellan Skarsgård, Barry Pepper, Harvey Keitel, Julian Sands, Udo Kier, Aleksey Kravchenko. Drammatico, 169′. Repubblica ceca, Ucraina, Slovacchia 2019

In un’Europa dell’est primitiva, alla fine della seconda guerra mondiale, il Ragazzo viene affidato dai genitori perseguitati a un’anziana madre adottiva. Presto, però, la donna viene a mancare e il Ragazzo rimane solo a vagare per le campagne e a spostarsi tra villaggi e fattorie. Nella sua lotta per la sopravvivenza, è esposto all’atroce brutalità messa in atto dai superstiziosi contadini locali e assiste alla violenza inaudita dei soldati russi e tedeschi, efficienti e spietati. Al termine della guerra, il Ragazzo è cambiato, per sempre.

 

Diviso in episodi che portano il nome dei personaggi che via via ospiteranno il Ragazzo, “The painted bird” di Václav Marhoul, presentato in concorso a Venezia, si avvale di una fotografia stupenda, totalmente in bianco e nero, che enfatizza i tratti del racconto, ampiamente drammatici, uniti dalla violenza cruda, filo conduttore di tutte le storie.

Ogni frammento di narrazione è una storia a se stante, caratterizzata da un evento talmente violento da risultare disturbante, in un crescendo che sembra voler evidenziare più la psicologia della popolazione civile, che finisce per essere così soggiogata dalla crudeltà della guerra da risultare più inumana degli stessi militari invasori.

Nonostante la durata eccessiva – quasi tre ore – il film di Marhoul è accostabile a “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman. Quello era la ballata della morte, questo rappresenta l’esatto opposto: la danza della vita, realizzata attraverso la determinazione con cui il protagonista muove ogni passo, verso la sopravvivenza.

 

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