“House of Gucci”: una soap opera che calca troppo sull’elemento americano

Il film di Ridley Scott parte da una storia vera intrigante e da un grande cast ma si perde

© Photo credits: Fabio Lovino

Un film di Ridley Scott. Con Adam Driver, Lady Gaga, Jared Leto, Jeremy Irons, Al Pacino, Camille Cottin. Drammatico, 158′. USA 2021

Anni ’70. Patrizia Reggiani conosce a una festa Maurizio Gucci, rampollo della dinastia Gucci, una tra le più celebri nel mondo della moda. Nasce una storia d’amore, dapprima osteggiata dal patriarca della famiglia, Rodolfo, ma poi arriva il matrimonio e la prole. La sfrenata ambizione della donna, che vorrebbe indirizzare le politiche aziendali del marchio, la porterà a tessere spericolate strategie, come quelle con lo zio del marito, Aldo, che incrineranno i rapporti familiari, innescando una spirale incontrollata di tradimenti, decadenza, vendette. Fino a un tragico epilogo che è cronaca nera, e vera, del nostro paese.

 

Ispirato al libro omonimo di Sara Gay Forden del 2001 (qui la recensione), “House of Gucci” racconta la storia recente della dinastia italiana della moda, mettendo al centro della scena l’amore complesso e contorto tra Maurizio Gucci (Driver) e la carismatica e ambigua Patrizia Reggiani (Lady Gaga).

Anni ‘70. La maison Gucci è sotto il controllo dei fratelli Rodolfo (Irons) e Aldo (Al Pacino). Il primo, altezzoso ma equilibrato, pensa che i Gucci siano pressoché dei reali, mentre il secondo, il vero uomo d’affari della famiglia, vuole rendere il loro un marchio alla portata di tutti, introducendolo, ad esempio, anche nei centri commerciali.

Le due prospettive sono giocoforza destinate a scontrarsi, specie quando sulla scena irrompe Patrizia, la moglie di Maurizio, che vorrebbe dire la sua e svecchiare l’azienda. Tra liti furibonde, tradimenti e battaglie legali, la storia prenderà alla fine una – inaspettata? – piega drammatica… 

Alternando un dramma severo a un melodramma intenso ma in modo goffo e con un senso dell’umorismo alquanto perverso, “House of Gucci” ha un tono kitsch e grottesco. Una sorta di soap opera, accompagnata dalla colonna sonora, ricca di successi degli anni ’70 e ’80, che le danno anche un’atmosfera da video clip.

Non sorprende che il film diretto da Ridley Scott lasci la sua impronta soprattutto sul versante del design visivo – e sarebbe stato difficile aspettarsi qualcosa di diverso da una storia che è soprattutto quella di una famiglia e della sua azienda, creata, portata al successo, poi persa in mezzo alle lotte interne.

Lady Gaga in una scena del film. House of Gucci (2021) © Photo credits: Fabio Lovino

La storia in sé è intrigante, e il ritmo sostenuto aiuta a smorzare la pesantezza legata alla durata (oltre due ore e mezzo). Quello che non piace, invece, e parlo da spettatrice italiana, è l’americanizzazione forzata ed evidente di questa vicenda prima di tutto italiana. A cominciare dalla lingua parlata dagli attori, un inglese dalle forti inflessioni italoamericane.

Maurizio Gucci verrà ucciso nel 1995. La ex moglie Patrizia Reggiani sarà condannata come mandante dell’omicidio a 26 anni di carcere (è tornata in libertà nel 2016, rilasciata per buona condotta dopo averne scontati 18). La maison Gucci passerà in mani esterne alla famiglia, ben prima di questo tragico epilogo.

© Photo credits: Fabio Lovino

Di materiale interessante su cui lavorare ce n’era in abbondanza, e senza bisogno di inventare niente. Peccato che, nonostante gli sforzi e i costumi sfarzosi, “House of Gucci” riesca solo in parte a tenere insieme le sue molte anime. Il risultato è una pellicola frammentaria, eccentrica, convincente solamente a tratti, e sicuramente non nella parte finale.

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Campana doc, si laurea in scienze delle comunicazioni all'Università degli studi di Salerno. Internauta curiosa e disperata, appassionata di cinema e serie tv, pallavolista in pensione, si augura sempre di fare con passione ciò che ama e di amare fortemente ciò che fa.

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