Intervista a Ciro Guerra, regista di “Waiting for the Barbarians”

La mancanza di collocazione geografica, le suggestioni del Marocco, Mark Rylance e Johnny Depp

Le interviste di Parole a Colori al London Film Festival proseguono con il regista Ciro Guerra, ospite molto atteso agli Afternoon tea. Grazie a un colpo di fortuna, tra i tanti giornalisti presenti che si avvicendano al tavolo, io riesco a garantirmi un’intervista a tu per tu con lui.

Con “Waiting for the Barbarians”, già presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, Guerra torna sul palcoscenico internazionale con una storia potente, giocata sulla dicotomia tra visibile e non visibile e su una domanda semplice, ma paradossale: chi sono i buoni e chi sono i cattivi?

Una domanda alla quale forse non si trova veramente una risposta, anche grazie alla capacità del regista colombiano di mantenere una certa indeterminatezza spaziale che porta il pubblico a provare un senso di indefinito, vincente e coinvolgente.

 

A Venezia hai detto che, per i tuoi film, parti sempre dall’idea di raccontare una storia. Io ti chiedo: cosa ti ha spinto a scegliere il cinema, come palcoscenico su cui raccontare le tue storie?

Sin da quando ero bambino sono sempre stato affascinato dal raccontare, mi piaceva disegnare fumetti, scrivere. Ma da piccolo ho capito anche che il cinema era il posto giusto per raccontare storie perché quando ti siedi in sala e le luci si spengono, per qualche ora tutto passa in secondo piano, e davvero ti concentri soltanto sulle immagini e le storie.

Il tuo film è la trasposizione del romanzo del 1980 “Aspettando i barbari” di John Maxwell Coetzee, presente anche come sceneggiatore. Quando sei entrato in contatti per la prima volta con questa storia? E quando hai pensato che sì, sarebbe stata perfetta per farci un film?

Quando ho letto il romanzo mi sono chiesto come si sarebbe potuto adattare un dialogo interiore così lungo in un film. Poi però, quando ho letto l’adattamento fatto dallo stesso Coetzee e ho visto quanto della storia avesse tolto, mi sono sorpreso del modo in cui l’autore era riuscito così facendo ad arrivare all’essenza, al nocciolo, della storia, lasciando comunque molto spazio per creare qualcosa. Ho subito pensato che avesse fatto un lavoro di adattamento formidabile e dopo solo poche pagine potevo già immaginarmi le scene, sentivo di aver creato una connessione molto forte con il testo e la storia.

E perché poi hai deciso di cambiare il finale, lasciando intravedere comunque il sopraggiungere dei barbari?

Be’, il romanzo si chiude su una nota di totale incertezza, su questa domanda “Chi sono i barbari?”, “Chi è che sta veramente arrivando?” e avevo bisogno di trovare un modo di rappresentare questa incertezza nel film, per questo ho deciso di cambiare il finale.

Un aspetto importante del romanzo è la mancanza di una precisa collocazione geografica, aspetto che per un film può essere difficoltoso da gestire. Come hai ovviato a questa mancanza?

Ho pensato subito che sarebbe stata una sfida quella di creare un’ambientazione che risultasse familiare, per certi versi riconoscibile, senza però collocarla con precisione. È stato anche un sentimento che ho provato leggendo il romanzo: che tutto sembrasse familiare ma non geograficamente collocato. Creare questo spazio, renderlo vivo e reale da un punto di vista cinematografico mi ha messo molta pressione addosso, una pressione che ho condiviso con i miei collaboratori, Chrispian Sallis, Domenico Sica e Chris Menges, con i quali ho cercato di creare uno spazio che potesse essere anche abitato dai fantasmi del cinema.

E in che modo il Marocco ti ha aiutato a creare questo senso di familiarità non riconoscibile? Perché hai scelto proprio questo Paese?

È stata una combinazione di fattori che ha portato alla scelta del Marocco come ambientazione del film. Il Marocco è un paese meraviglioso, terribilmente vario, ricco di luoghi che non sono direttamente associabili ad esso. Io tendo ad avere un forte legame con ogni territorio in cui giro i miei film, ma ci sono posti al mondo che portano con sé una forte carica suggestiva e quasi “spirituale”, legata alla terra e alla cultura. Il Marocco è uno di questi e, da un punto di vista visivo, è anche una sorta di tavola bianca per via del deserto, cosa che ci ha permesso quasi di costruire un mondo dal nulla.

Passando dal paesaggio ai personaggi, il magistrato (Mark Rylance) e il colonnello Joll (Johnny Depp) sono due figure molto diverse. Quali sono state le sfide nel portarle sul grande schermo? E quale delle due è stata più difficile da afferrare e definire?

Il magistrato è un personaggio complesso e contraddittorio, mentre Joll è tragicamente onesto, nel senso che quello che vedi è quello che lui è. All’inizio del film Joll indossa una maschera ma piano piano la perde, fino a rivelare l’uomo che c’è dietro. Il magistrato, al contrario, è un personaggio molto più complesso, che vuole convincersi di essere buono e diverso da Joll, quando in realtà non sono che due facce della stessa medaglia. Il processo attraverso il quale il magistrato diventa consapevole di ciò che è senz’altro più difficile da cogliere e da rendere, e serviva un attore come Mark Rylance, empatico e profondo, per farlo al meglio. Quando ho saputo che Mark aveva accettato la parte, ho saputo anche che il magistrato poteva essere interpretato con successo.

E con Johnny Depp è andata allo stesso modo? Come sei arrivato a scegliere lui per interpretare il colonnello Joll?

Con Johnny Depp è stato un po’ diverso: è stato lui a contattarmi per far parte del progetto. È da sempre un grande fan di Coetzee, aveva già una comprensione molto profonda del personaggio e della storia, unita a una forte sensibilità verso quello che sta accadendo oggi nel mondo. Johnny vedeva Joll nei politici di tutto il mondo e per questo sentiva l’urgenza di interpretare questo personaggio. Quando ha manifestato questo interesse, ho pensato che fosse perfetto per la parte e che potesse essere anche per lui un’opportunità per recitare in un ruolo molto diverso da quelli in cui le persone sono abituate a vederlo.

Grazie mille per il tuo tempo, Ciro.

Grazie a te.

 

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Bolognese di nascita, cittadina del mondo per scelta, rifugge la sedentarietà muovendosi tra l’Inghilterra (dove vive e studia da anni), la Cina, l’Italia e altre nazioni europee. Amante della lasagna bolognese, si oppone fermamente alla visione progressista che ne ha la signorina Lotti, che vorrebbe l’aggiunta della mozzarella. Appassionata di storie, nel tempo libero ama leggere, scrivere, guardare serie TV e film, e partecipare a quanti più eventi culturali possibile.

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