“Mank”: una grande riflessione sul cinema, tra passato e presente

David Fincher dirige un grandissimo Gary Oldman in un biopic particolare, quasi perfetto

Foto credits: Gisele Schmidt/NETFLIX

Un film di David Fincher. Con Gary Oldman, Lily Collins, Charles Dance, Arliss Howard, Amanda Seyfried, Tom Burke. Drammatico. USA 2020

Victorville, California, 1940. Lo sceneggiatore alcolizzato Herman J. Mankiewicz, temporaneamente infermo a causa di un incidente, si isola nel mezzo del deserto del Mojave con due assistenti per dar vita a uno script commissionato da Orson Welles, ventiquattrenne talento del teatro a cui la RKO ha dato carta bianca. Mankiewicz, detto Mank, cerca ispirazione tra i ricordi e rievoca eventi degli anni precedenti, che lo hanno visto spesso ospite del magnate William Randolph Hearst e al servizio del capo della MGM Louis Mayer. Tra questi le elezioni del 1934 per il governatore dello Stato, in cui simpatizzava per il candidato democratico dalle tendenze socialiste Upton Sinclair, apertamente osteggiato da Hearst e Mayer.

 

Irriverente, provocatorio, volutamente sopra le righe e oltre la moralità. Herman J. Mankiewicz, giornalista, critico teatrale e sceneggiatore, noto principalmente per i dialoghi in brillanti commedie, raggiunge l’apice della carriera quando Orson Welles lo ingaggia per scrivere “Quarto potere”, con il quale vinse l’Oscar.

David Fincher , nel suo biopic sui generis “Mank”, disponibile su Netflix da inizio dicembre, si concentra proprio sul periodo in cui Mankiewicz lavora alla sceneggiatura di quello che diventerà il suo capolavoro, intervallandolo con flashback che raccontano il discendete percorso di vita di un uomo incapace di sottostare alle regole imposte da una società benestante, permeata di apparenza e perbenismo.

Fincher crea un’opera quasi perfetta, che riprende le caratteristiche dei film di quell’epoca, a partire dalla fotografia. Il bianco e nero netto e senza sbavature è incredibile, e i dettagli che lo arricchiscono – le bruciature di pellicola, lo sfumarsi dell’immagine tra un un’inquadratura e l’altra, la descrizione della scena battuta a macchina, che richiama i copioni di film – finiscono per essere la cifra caratteristica del film.

Gary Oldman è un Mank fantastico, nelle espressioni e nei gesti, e nel modo con cui porta sullo schermo le virtù e i (molti) vizi del personaggio. Nota di merito il fatto che riesca a mantenere costante l’intensità per l’intera, non breve, durata della pellicola, che nei titoli di testa rimanda ai film di Hitchcock, in un omaggio quasi commovente.

“Mank” è un’opera brillante, luminosa pur senza l’utilizzo dl colore. Il suo protagonista, attraverso la narrazione della sua epopea di vita, finisce per darci una prospettiva disillusa del mondo dorato di Hollywood, mostrandocene il peggio e facendoci capire che non è tutto oro quello che luccica, dopotutto.

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Nata a Napoli, a otto anni si trasferisce in provincia di Gorizia dove si diletta di teatro. Torna nella sua amata città agli inizi del nuovo millennio e qui si diploma in informatica e comincia a scrivere - pensieri, racconti, per poi arrivare al primo romanzo, "Anime". Nel frattempo ha cambiato di nuovo città e scenario, trasferendosi nelle Marche. Oggi conduce per RadioSelfie.it "Lo chiamavano cinema", un approfondimento settimanale sulla settima arte, e scrive articoli sullo stesso tema.

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