“Martin Eden” di Joseph Conrad: il bello di essere choosy

Un monito anche per il presente: le passioni sono ancora importanti, seguirle non ci rende folli

di Claudia Magnifico

 

Indossa panni rozzi che odorano di mare, il goffo marinaio che si aggira inquieto tra gli scaffali della biblioteca di Arthur Morse, a cui ha salvato la vita durante una burrasca. Armeggia col berretto, il ventenne Martin Eden, quando per la prima volta varca quella soglia e per una sera siede alla loro tavola, ansioso e impacciato. Alla gratitudine dei ricchi non è concesso sottrarsi, specie se si è poveri e poco istruiti.

Tuttavia quel corpo massiccio, frutto di anni trascorsi a solcare gli oceani, un lessico povero accompagnato da un’implacabile sete di sapere, fanno immediatamente breccia nel cuore di Ruth Morse, sorella maggiore di Arthur, studentessa universitaria.

Bastano poche ore in quel mondo dorato per far sì che a Martin appaia ben chiaro quale sarà d’ora in avanti il principale scopo della sua esistenza: sapere, imparare, colmare coi libri, i saggi e la poesia quel gap esistenziale che lo separa dai Morse, da quelli che contano.

In pochissimo tempo la biblioteca pubblica di Oakland diviene il suo santuario: Martin vi trascorre intere giornate in compagnia di Ruth, che dopo poco tempo conclude i suoi studi, laureandosi in Lettere.

Tuttavia, a parere della ragazza, il sapere di Martin non è sufficiente per trovare un impiego; pecca d’organicità, non vi è coerenza, metodo, assiduità. Nulla di più lontano da un’istruzione universitaria, debitamente finanziata e socialmente pianificata come la sua. Devi trovarti un lavoro, un lavoro vero”, è il consiglio di Ruth, pienamente condiviso da Martin che ebbro di poesie e romanzi, sa già cosa gli permetterà di vivere da quel momento in poi: la scrittura.

Pur di riuscire a coronare il suo sogno, Martin farà i lavori più pesanti e umili, che prontamente abbandonerà quando questi non gli lasceranno energie e tempo per scrivere. Impegnerà i suoi abiti, la sua bicicletta e ogni suo avere per i francobolli con cui affrancare le sue novelle, novelle che Ruth, malgrado la sua istruzione, non apprezzerà.

Lo stesso faranno riviste e case editrici che dopo promesse di lauti compensi finiranno col rifiutare ogni manoscritto, declinando ogni proposito di sopravvivenza e minando pericolosamente ogni fiducia ed aspirazione di Martin, agli occhi del quale non sembreranno che birilli senz’anima, arrugginiti/mal oliati ingranaggi di una disgraziata macchina che, per paura del nuovo, manda avanti il vecchio.

La povertà e la sfiducia derivanti dall’incapacità di vivere grazie al suo sogno finisce per allontanarlo anche da Ruth, la quale, su sollecito della famiglia, rompe il fidanzamento. Martin cade nello sconforto. Nessuno in città gli fa più credito, sua sorella e il cognato non vogliono più avere a che fare con lui e l’unico in grado di infondergli un barlume di motivazione e fiducia è Brissenden, che da sempre nutre un sonoro disprezzo per la pubblicazione, la fama e le riviste.

L’improvvisa morte di questi e il sopraggiungere di una serie di fortunate coincidenze, conducono a una svolta repentina nella vita di Martin. A un tratto la sua opinione ha un peso per gli altri, i suoi racconti vendono e soddisfano la critica, che lo venera come un dio.

Martin è un uomo ricco e rispettabile, un buon partito, che al culmine della fama ha già pagato da un pezzo tutti i suoi debiti e ringraziato tutti per l’aiuto ricevuto. Anche Ruth se ne accorge e sospettosamente pazza d’amore ritorna da lui, che prontamente la respinge, così come fa col suo mondo dorato e sprezzante, quella borghesia insulsa, ricca soltanto di titoli e inconsistenza.

“Cosa è cambiato, rispetto a prima?”, si domanda fino a quando un giorno i suoi logoranti dubbi trovano una risposta, inabissata nei mari del Sud, dove Martin infine scivola via, trascinato dal macigno della sua depressione.

Questa brillante epopea di un sogno, assimilabile a tratti alla biografia dello stesso London, non stanca mai e stupisce, tanto per lo stile magistrale quanto per la varietà dei temi trattati, tutti meticolosamente approfonditi. La ricerca di riscatto, un amore intriso di illusione, il divario tra i sogni e la vita vera, tra l’ambizione e il sacrificio. E ancora, la percezione di sé attraverso gli altri, lo specchio ingannatore della depressione, il peso sociale di un’istruzione, nonché la diffusa e soffocata pretesa di voler vivere soltanto grazie a una passione.

Il messaggio cruciale dell’esistenza di Martin Eden, nonché l’impresa di Jack London, si riassume quindi nel rompere e spazzare via dall’immaginario collettivo quell’arrugginito binomio tipicamente alto borghese composto da cultura e posizione sociale, che vede quale unico, insulso, indice di misurazione di successo il possesso di una laurea e di una formazione universitaria.

Eppure, attualmente, questi elementi non rappresentano più una priorità di classe, un’etichetta assimilabile a un determinato tessuto sociale. Specie in questo periodi di crisi si tende, dinanzi alla sempre più consistente penuria di alternative, a privilegiare le proprie passioni anche nella scelta degli studi, in barba alle statistiche sulle percentuali di disoccupazione e sui tassi di crescita degli stipendi.

Questo, quindi, in sostanza vuol dire essere choosy? Se ha a che vedere con la libertà di inseguire un sogno, con responsabilità e coscienza, direi proprio di no. Sostenere il contrario equivarrebbe ad affermare che se la formazione universitaria non garantisce uno stipendio, non vale la pena neppure di intraprenderla. Studiare per amor dello studio? Spreco di tempo, tasse e soldi. Almeno ragionando in quest’ottica.

Ma se la passione non ci fa vivere? Martin Eden ci aveva pensato.

Consigliato a tutti, coraggiosi e non.

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