“Più donne che uomini”: la recensione del libro di Ivy Compton-Burnett

Fazi editore inizia il rilancio di una grande autrice del Novecento inglese, sagace, pungente e unica

Con Più donne che uomini, tornato nelle librerie italiane a marzo, Fazi editore inizia il rilancio di una grande autrice del Novecento inglese, Ivy Compton-Burnett, poco conosciuta nel nostro Paese.

Da amante di questo segmento di letteratura non posso che augurarmi, a prescindere dalla mia impressione su questo libro in particolare, che l’operazione abbia lo stesso successo di quelle che hanno ineressato in questi anni scrittrici come Elizabeth Strout, Elizabeth von Arnim o Elizabeth Jane Howard. In un panorama editoriale dove imperversa il nuovo a ogni costo, ben venga qualche “ritorno al passato”, quando è di qualità!

Detto questo, Ivy Compton-Burnett, nei suoi libri, ha cercato di raccontato i rapporti fra uomini e donne e le dinamiche familiari del suo tempo, con uno stile unico, sagace, pungente. E questo lo si percepisce subito, leggendo “Più donne che uomini”.

In una prospera cittadina inglese a inizio Novecento, un grande istituto femminile è diretto da Josephine Napier, un generale ingioiellato. Impeccabile in ogni gesto e in ogni parola, è il punto di riferimento per tutti, le studentesse, il corpo docente e i suoi familiari: il marito Simon, il figliastro Gabriel, il fratello Jonathan. Al gruppo si unisce presto Elizabeth, una vecchia conoscenza di Josephine che viene assunta come governante e porta con sé la figlia Ruth.

Le giornate sono scandite da una serie di rituali obbligati e da dialoghi in cui si dice tutto e niente, botta e risposta infiocchettati che in realtà nascondono universi interi. Finché un tragico evento inaspettato fa precipitare ogni cosa, dando vita a una reazione a catena che sconvolgerà le vite di tutti e porterà a galla il lato oscuro di ognuno. Nessuno è chi dice di essere, e dietro alla spessa patina del codice vittoriano si nascondono segreti celati per intere esistenze. Verranno fuori tutti, uno dopo l’altro.

Penso che la definizione data dell’autrice in un pezzo del Guardian“la romanziera più adorabilmente acida del XX secolo” – sia quanto di più azzeccato si possa dire della Compton-Burnett e della sua prosa! Leggendo “Più donne che uomini” si resta stupiti dal susseguirsi dei dialoghi – talvolta filosofici, talvolta esistenziali, talvolta formali e vuoti, parole su parole che danno dei personaggi un’immagine tutt’altro che ideale -, dall’assenza quasi totale di descrizioni, dal ritmo della storia.

Ma poi, arrivando alla fine del romanzo, e magari leggendo anche qualche commento “d’autore” al libro stesso o qualche saggio sull’autrice, ci si rende conto che è esattamente questo l’effetto che lei voleva ottenere. Ivy Compton-Burnett ha cercato di raccontare il suo mondo e la sua società con schiettezza, mostrandone tutte le debolezze, tutte le forzature. Non però attraverso la descrizione, piuttosto attraverso i dialoghi, le parole. 

In “Più donne che uominisuccede un po’ di tutto – ci sono morti, tradimenti, matrimoni, voltafaccia, vendette – eppure niente sembra avere la risonanza che ci aspetteremmo. La scuola va avanti, i personaggi vanno avanti con le loro incombenze e quella sorta di recita dove ognuno sembra essere più incastrato che impegnato volontariamente. E questo fa sorridere, magari talvolta con amarezza, e riflettere.

 

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