“Cobra Kai”: cattivi maestri, colpi di scena e tradimenti nella 4° stagione

L'universo cinematografico di "Karate Kid" viene ulteriormente ampliato nei nuovi 10 episodi

Una serie ideata da Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg e Josh Heald. Con William Zabka, Ralph Macchio,
Xolo Maridueña, Mary Mouser, Tanner Buchanan, Martin Kove.
Commedia drammatica. USA. 2018-in produzione

Nella quarta stagione i dojo Miyagi-Do e Eagle Fang uniscono le forze per battere Cobra Kai al torneo di karate di All Valley degli under 18. Chi perderà dovrà appendere il gi al chiodo. Quando Samantha e Miguel cercano di difendere l’alleanza tra i dojo mentre Robby punta tutto su Cobra Kai, il destino della Valley non è mai stato così in bilico. A quali assi nella manica ricorrerà Kreese? Riusciranno Daniel e Johnny a seppellire i loro dissidi ultra-decennali per battere Kreese? O sarà invece Cobra Kai a diventare il punto di riferimento del karate in tutta l’area?

 

Scrivevo un anno fa che la terza stagione di “Cobra Kai” (qui la mia recensione integrale), disponibile su Netflix, doveva essere considerata come un passaggio necessario nell’opera di ampliamento dell’universo di “Karate Kid”, in vista della battaglia finale che avremmo visto successivamente.

In genere non amo autocelebrarmi, lo sapete, ma oggi permettetemi di iniziare la recensione della quarta stagione della serie dicendo che ci avevo visto giusto.

Fin dagli esordi, “Cobra Kai” si è proposta come serie nostalgica e moderna al contempo, capace di portare indietro nel tempo, alla propria adolescenza, gli spettatori nati negli anni ‘70 e ‘80 ma anche di rivolgersi ai giovani con tematiche attuali.

La quarta stagione amplia ancora di più l’universo narrativo, con il ritorno in scena di un altro temibile villain che i fan dei film ricorderanno bene: Terry Silver, miliardario cofondatore del Cobra Kai ed ex commilitone di Kreese, che in “Karate Kid III” aveva messo in crisi il giovane Daniel LaRusso.

Silver, magistralmente interpretato da Thomas Ian Griffith, rappresenta la novità più importante dei nuovi episodi; con il suo arrivo sconvolge gli equilibri esistenti e apre nuovi spazi di racconto in chiave introspettiva. E il tema dei cattivi maestri, e dell’influsso negativo che possono avere sugli allievi, diventa ancora più centrale.

Dopo che la terza stagione si era conclusa con la sfida lanciata dal sensei John Kreese all’ex allievo Johnny Lawrence e a Danny LaRusso, divenuti alleati per necessità, in questi nuovi dieci episodi vediamo la lunga preparazione in vista del torneo dell’Alle Valley, scandita da colpi di scena, tradimenti, incomprensioni, storie d’amore.

L’impianto narrativo della serie risulta ormai consolidato quanto convincente nell’inserire flashback della gloriosa trilogia all’interno del tempo presente, mostrando come il passato condizioni ancora le vite dei “vecchi” personaggi e per certi versi anche delle nuove leve.

Nonostante tutto la sceneggiatura è piuttosto scarna, e quattro episodi almeno sembrano di troppo – gli sceneggiatori hanno voluto allungare il brodo, riproponendo alcune situazioni ed esasperando un po’ troppo la componente adolescenziale, che risulta meno credibile che in passato.

L’interrogativo di fondo è solo uno: fin dove è possibile ampliare l’universo di “Karate Kid”, ribaltando la prospettiva di partenza e dando voce ai “cattivi”, senza risultare monotoni? Nel complesso anche la quarta stagione di “Cobra Kai” è avvincente e carica di pathos, ma adesso la storia rischia di perdersi, con questo suo finale aperto e controverso.

Personalmente credo che sarebbe stato più opportuno fermarsi qui. Invece, riprendendo una delle regole cardine del dojo Cobra Kai, nessuna pietà… neppure in campo televisivo! Sarà il tempo a decretare vincitori e vinti di questa nuova sfida creativa.

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È nato in Sicilia, ma vive a Roma dal 1989. È un proprietario terriero e d’immobili. Dopo aver ottenuto la maturità classica nel 1995, ha gestito i beni e l’azienda agrumicola di famiglia fino al dicembre 2012. Nel Gennaio 2013 ha aperto il suo blog, che è stato letto da 15.000 persone e visitato da 92 paesi nei 5 continenti. “Essere Melvin” è il suo primo romanzo.

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