di Maurizio Carucci

 

Hiku significa “tirare”, komoru “ritirarsi”. Queste due parole costituiscono l’etimologia dell’espressione giapponese hikikomori.

Alcuni di voi ne avranno già sentito parlare (il programma di Italia Uno “Le Iene” in un paio di occasioni ha trattato l’argomento), la maggior parte probabilmente no.

Chi sono gli hikikomori? In italiano potremmo definirli neo-eremiti. Sono giovani, per lo più maschi, che si allontanano dal mondo, tagliando i ponti con familiari e amici e segregandosi nella propria camera, da dove – salvo rare eccezioni – non escono mai.

Secondo le stime più ottimistiche oltre 500.000 persone, in Giappone, hanno abbracciato questa scelta di vita estrema. Secondo alcuni la causa di tutto va ricercata nella dipendenza da internet, tuttavia è molto probabile che più che una causa questo sia un effetto consequenziale.

Il lato inquietante, ma allo stesso tempo affascinante, degli hikikomori sono le motivazioni: cosa spinge un giovane a perdere completamente la voglia di scoprire, sperimentare e anche affrontare la realtà? Addirittura a rinnegarla in modo assoluto e costruirsene una su misura all’interno della propria camera?

Per provare a spiegare il fenomeno ricorreremo all’immagine di un giovane che viaggia con un sacco sulle spalle.

 

BULLISMO, NARCISISMO E RESPONSABILITÀ SCHIACCIANTI

Innanzitutto la nascita e la diffusione del fenomeno va contestualizzata.

In Giappone, sin dalla più tenera età, nei figli e soprattutto nei maschi primogeniti viene instillata l’ossessione dell’eccellenza sia in campo accademico che lavorativo, favorendo così la comparsa di una competizione accanita fra coetanei. Quando però non si ottengono i risultati che la società si aspetta, questo viene vissuto come un grande fallimento, anche dalla famiglia.

Un proverbio giapponese recita: Il chiodo che sporge va preso a martellate, sottolineando la forte tendenza omologante della cultura nipponica.

Desiderio di distinguersi ma anche vergogna per un traguardo mancato possono essere due dei moventi che spingono i giovani alla neo-segregazione.

Spesso gli hikikomori sono anche ragazzi estremamente intelligenti e dotati, pertanto subentra una componente narcisistica che acuisce il senso di sconfitta – ma che, paradossalmente, salva loro la vita. Provate a immaginare la schiacciante pressione sociale come un macigno e infilatelo nel sacco di cui parlavamo prima.

Un altro fardello che grava sulle spalle dell’hikikomori sono le esperienze di bullismo. Non è raro, infatti, che nel periodo scolastico gli individui timidi e che faticano a conformarsi si trovino a essere vittime di molestie più o meno gravi, che provocano ansia sociale e agorafobia.

 

IL RUOLO DELLA FAMIGLIA

Un ruolo fondamentale nella nascita di questi eremiti è svolto dall’ambiente familiare.

Innanzitutto, la figura del padre in Giappone è pressoché assente dalla vita quotidiana dei figli. Se la figura paterna fisicamente latita, è invece estremamente ingombrante a livello simbolico, come l’uomo freddo, calmo e forte di casa, dal quale la famiglia dipende. La via dell’hikikomori può essere scelta come atto di ribellione al modello.

Dal punto di vista materno, invece, si ha una situazione diametralmente opposta: per sopperire all’assenza del padre, le donne giapponesi spesso sviluppano un atteggiamento iperprotettivo nei confronti dei figli, creando con il passare degli anni un malsano rapporto di interdipendenza, che ostacola la crescita psicologica autonoma dei ragazzi, e che può perdurare fino all’età adulta.

In generale, il fenomeno hikikomori viene trattato dalle famiglie nipponiche con finta indifferenza e accondiscendenza. Da un lato c’è la speranza che si tratti solo di una fase temporanea di ribellione, dall’altro si crea un circolo vizioso, in cui il figlio si vergogna di aver deluso i genitori, mentre questi ultimi provano imbarazzo nel constatare che il figlio sia rimasto indietro rispetto ai coetanei, ed evitano di recarsi in cliniche specializzate per non attirare l’attenzione.

 

UN INDIVIDUO DIVISO IN DUE: HON’NE E TATAMAE

Infine, c’è un’ultima componente, forse la più disturbante, che contribuisce a far crollare il giovane con il sacco già stracolmo di pressioni e aspettative, e a fargli prendere la drastica decisione di gettarlo via e rifiutare l’ordine prestabilito delle cose.

In Giappone in ogni individuo convivono due registri psichici distinti: hon’ne e tatemae.

Hon’ne è il ventaglio di sensazioni, emozioni e desideri veritieri, presenti in ognuno, ma che raramente possono venire a galla, a causa del tatemae, la personalità di facciata, consona al ruolo sociale e familiare che si riveste, che deve sopprimere l’hon’ne, anche se fortemente in contrasto con questo, per amore dell’armonia generale.

L’hikikomori non riesce ad adattarsi alle regole della società, a sopprimere il proprio io, oppure, al contrario, educato sin da piccolo ad anteporre il tatemae all’hon’ne, non è più capace di far emergere le sue emozioni e crolla.

Il fatto che esistano due termini nella lingua giapponese per indicare questi elementi, dimostra quanto sia radicata tale pratica nella loro cultura.

Ma vi sarete ormai resi conto che queste problematiche non sono esclusive della Terra del Sol Levante. Certo, qui possono risultare accentuate, ma sono presenti in tutto il mondo, specialmente nella parte sviluppata – come non pensare ai giovani che in Russia si stanno suicidando in massa seguendo le indicazioni di un gioco online? Non è anche quella una forma di rifiuto del mondo reale?

Il fenomeno degli hikikomori può essere considerato come una sorta di grido silenzioso dell’uomo moderno, il frutto malato di una società che sta sacrificato tutto – anche la personalità dell’individuo e l’armonia familiare – in nome del progresso e della produzione forsennata.

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