Incontro ravvicinato con Steve McQueen, regista e artista visivo

Il regista e artista visivo britannico si racconta alla Festa, dove ha ricevuto il premio alla carriera

Steve McQueen, artista visivo britannico che si è fatto conoscere come regista con pellicole come “Hunger”, “Shame” e “12 anni schiavo”, è alla Festa del cinema di Roma per presentare la sua serie antologica di film “Small Axe” e ricevere il premio alla carriera.

Nell’incontro ravvicinato, in persona, che lo vede protagonista, risponde alle domande del direttore artistico della Festa, Antonio Monda, mentre sul grande schermo passano spezzoni dei suoi film.

 

Perché “Zero in condotta” di Jean Vigo come film preferito?

Mi ricordo esattamente la prima volta che ho visto questo film e mi colpì la maestria del cineasta di raccontare di bambini che cercano la libertà all’interno di un istituto. Forse per esperienza personale, ma mi ha colpito. Perché c’è magia e lotta, ricerca negli occhi giovani, appunto dei bambini. È stata una scintilla per me.

La ribellione e la ricerca della libertà sono motivi forti nel tuo cinema. C’e qualche aspetto del film di Vigo che ti ha ispirato in questo senso?

Be’ crescere a Londra mi ha permesso di vedere molti film europei e film bellici, e questi mi hanno insegnato a correre rischi. Non esiste giusto o sbagliato ma solo la verità.

Prima che regista, sei un artista visivo di grande successo. Quanto questo ha influenzato le tue pellicole?

Be’ fin da piccoli pensiamo in termini di prospettive, fin da quando iniziamo a disegnare. Non so se ci sia un collegamento tra narrazione filmica e arte contemporanea. La prima io la considero un romanzo, la seconda una poesia.

 

Viene proiettata una sequenza di “Hunger”

Come mai hai scelto di giocare con i primissimi piani?

Questo tipo di ripresa ti permette di non interrompere il ritmo, e l’emozione. La tensione doveva rimanere estrema.

Cosa ti ha attirato della storia di Bobby Sands, attivista e politico nordirlandese morto in carcere nel 1981 a seguito di uno sciopero della fame?

Mi ha colpito la sua capacità di perseguire fino in fondo un obiettivo. Da piccoli, a tavola, abbiamo la possibilità di rifiutarci di mangiare, certo. Ma ricordo che mia madre all’epoca mi disse, guardando il volto di Sands in un video che circolava, che il numero che appariva non era l’eta ma i giorni senza cibo. Il suo potere è il suo corpo, quella è la sua arma, mi disse.

 

Viene proiettata una scena da “12 anni schiavo”

Nel 1807 la Gran Bretagna ha abolito il commercio degli schiavi. Nel 1833 iniziarono i divieti alla schiavitù e 776.000 schiavi furono liberati nelle colonie britanniche. Eppure la piaga del razzismo è più viva e attuale che mai…

Vero, ma basterebbe voler essere uomini migliori. Il progresso riguarda ogni aspetto della vita, e io spero che ciò accada presto anche per quello che riguarda i diritti civili. Abolire il razzismo è un obiettivo condiviso da tutti. E nessuno vuole trovarsi dalla parte sbagliata della storia.

È stato difficile trovare fondi per realizzare il film?

È stato semplice. Non furono molti soldi ma, da buon inglese, sapevo come farmeli bastare, dato che, come si suol dire, conto ogni sterlina. Obama era presidente, quindi al strada era spianata. “12 anni schiavo” è costato 19 milioni di dollari ma ne ha incassati 200, dimostrando che anche un film così scomodo può funzionare.

 

Hai scelto “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti come tuo film italiano preferito. Vuoi dirci perché?

L’ho visto la prima volta in un festival di cinema d’autore, dove venivano proiettati grandi classici, e mi ha colpito. Il cinema è il posto giusto per vederli, anche entrare e uscire dalla sala è parte dell’esperienza. Per questo sono grato alla Festa del cinema per esserci anche quest’anno.

 

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